Cari lettori, sono una mamma che ha vissuto sulla propria pelle un’esperienza di sofferenza, ma allo stesso tempo di speranza.
Tre anni fa, in maniera del tutto imprevista, ho dovuto temere seriamente per la salute di mio figlio. I sintomi della malattia erano apparentemente banali e quindi fuorvianti: vomito, sonnolenza e difficoltà nella coordinazione dei movimenti. Inizialmente, in seguito alle prime visite mediche sembrava emergere un quadro diagnostico comunque rassicurante: accumulo di muchi a causa di un forte raffreddamento. Nonostante le cure effettuate in modo puntuale e responsabile, non si ravvisavano miglioramenti. Nel frattempo cresceva la mia ansia di genitore che mi ha indotto a portare il bambino in ospedale in modo da sottoporlo ad un check-up generale per analizzare in maniera più mirata la sintomatologia che si protraeva all’incirca da un mese. Sono una donna di fede per formazione e propensione interiore, per cui credo che la nostra vita sia costellata da segni divini che dobbiamo essere capaci di cogliere purchè siamo disposti a mettere momentaneamente da parte la sfera esclusivamente razionale con cui solitamente percorriamo le tappe dell’esistenza.
Ho potuto sperimentare la presenza provvidenziale del divino sin dall’inizio di questo percorso di vita. Avevo portato mio figlio al pronto soccorso, un’infermiera ausiliaria mi si è avvicinata senza che l’avessi mai incontrata prima e mi ha accompagnata al reparto di Pediatria,affermando che ci fossero legami di parentela tra noi e così mio figlio è stato prontamente ricoverato per effettuare accertamenti. Questo è stato il primo segnale che mi ha indotto a credere che la bontà e l’infinita misericordia del Signore stesse proteggendo la mia famiglia.
Abbiamo poi avuto un secondo segnale di questa presenza di protezione divina:il medico di turno, dopo aver visitato il bambino, ci ha rassicurati dicendoci che potevamo riportarlo a casa. Al contrario, la dottoressa che è subentrata al collega per il turno successivo, aveva delle riserve a dimettere mio figlio, in quanto aveva un sospetto che ha comunicato solo a mia madre, la quale è scoppiata a piangere. Io dal canto mio ho sottovalutato questa reazione emotiva da parte sua, imputandola allo stress. Ho purtroppo messo a fuoco la gravità della situazione quando il medico mi ha comunicato la diagnosi:tumore cerebrale. Allo stesso tempo mi rifiutavo di credere a tale verdetto, pensavo che si trattasse di un incubo terrificante da cui prima o poi avrei dovuto risvegliarmi .Forse si trattava di auto-difesa a livello psicologico. La dottoressa, mostrando straordinaria sensibilità e al contempo senso di responsabilità, si è prodigata per contattare personalmente il medico chirurgo che avrebbe eseguito l’intervento. Anche dopo che è stata portata a termine l’operazione con successo, io comunque continuavo a non accettare l’evidenza dei fatti. In realtà sono fermamente convinta che il Signore mi abbia ispirato la forza necessaria per affrontare la situazione, nel contempo dandomi le risorse emotive per poter rassicurare mio figlio. Ricordo che quando il bambino stava per entrare in sala operatoria e poi, al suo risveglio, io cantavo perché intimamente convinta che ce l’avrebbe fatta.
In sala operatoria c’era il Signore che agiva attraverso il medico chirurgo(questi ha fatto parte , a suo tempo, del team che ha operato papa Giovanni Paolo II dopo lì attentato da lui subito) ed una mia cara amica anestesista, che ha vigilato sulle varie fasi dell’intervento. Le sono particolarmente grata perché, senza che gliel’avessi chiesto, aveva messo temporaneamente da parte le sue esigenze familiari per assicurare il suo supporto umano e professionale a mio figlio. Ho finalmente realizzato la gravità della situazione quando il bambino è stato ricoverato al reparto di Oncologia. Lì non nego di essere stata assalita da pensieri funesti che, chi mi stava intorno, ha saputo fugare, offrendomi appoggio,sostegno,incoraggiamento e inducendomi a sperare nuovamente. Ringrazio queste persone straordinarie che hanno avuto la sensibilità di starmi vicino in un momento tragicamente difficile. Grazie alle loro telefonate affettuose,alle visite sollecite che non mancavano di farmi, io riuscivo temporaneamente a distogliere la mia mente dai tristi pensieri che l’attraversavano perché la conversazione si spostava verso altre direzioni.
Durante la degenza all’ospedale “Casa sollievo della sofferenza” di San Giovanni Rotondo mi sono affidata maggiormente alla preghiera spinta anche dai medici, i quali mi invitavano ad essere fiduciosa. Loro per me sono dei modelli straordinari di vita, completamente spesa per gli altri.
In ospedale il tempo sembrava non passare mai ed io li osservavo, meravigliata dal loro spirito di abnegazione assoluta e gratuità. Questi medici, oltre a prescrivere i farmaci sulla base di un quadro terapeutico prestabilito, offrivano consigli ed esempi di vita:il senso del lavoro, la capacità di sorridere nonostante la difficoltà delle situazioni,il supporto costante dato al paziente, la fede e la preghiera, il dare senza chiedere nulla in cambio,l’assenza di favoritismi, il donarsi agli altri senza pregiudizi,l’amore incondizionato verso il prossimo.
In questo percorso di vita ho scoperto una realtà fino a quel momento per me lontana: il volontariato. Giovani che si dedicano ai nostri figli con gioia di farlo nel tentativo e nell’impegno di rasserenarli,organizzano giochi di gruppo,attività manipolative finalizzate alla produzione di piccoli manufatti,festeggiamenti in occasione delle ricorrenze sacre come il Natale. Le loro attenzioni e le loro eccezionali capacità di intrattenimento erano riservate non solo ai piccoli degenti, ma anche a noi genitori.
Grazie, A.G.A.P.E.!
Sento di dover rivolgere un grazie particolare a mia madre perché mi è sempre stata accanto, non solo in questa drammatica esperienza: lei mi ha fatto da padre e da madre dopo la morte del mio papà, dedicandomi tutta la sua esistenza improntata ad lati valori quali la trasparenza negli atti, la determinazione, l’altruismo,la schiettezza,la propensione al sacrificio,un senso della maternità profondo e spiccato. Il suo esempio mi ha consentito di affrontare questo dramma con una forza che non sospettavo neppure di avere .
Mio figlio è un bambino di otto anni molto sereno, nonostante questa esperienza così dura; frequenta una squadra di calcetto e fa il portiere, ruolo che lo entusiasma;prega molto ed è particolarmente devoto a San Padre Pio a cui –non dimentichiamocelo mai- dobbiamo la costruzione di un ospedale di eccellenza qual è “Casa sollievo della sofferenza”, luogo dove si respira un’atmosfera in cui si combinano Scienza e Fede. La sua organizzazione delle risorse umane, delle quali è valorizzata l’alta spiritualità oltre alla competenza professionale, rispecchia alcuni aspetti della personalità del Santo:determinazione, passionalità, energia indefessa,dinamismo,umiltà e nel contempo apertura verso nuovi orizzonti aperti della Scienza.
La posizione logistica dell’ospedale, nei pressi dei luoghi in cui il Santo ha vissuto ed operato,permette di non dimenticare mai la preziosità della sua opera.
Mi auguro che questa mia esperienza sia fonte di speranza per tutti coloro che vivono momenti di grande sofferenza.
Spero tanto che nessuno possa danneggiare il clima positivo di grande familiarità che si respira all’interno dell’ospedale e che è importante per la guarigione dei piccoli pazienti e il sostegno dato ai loro familiari.
Grazie a Padre Pio e ai suoi “discepoli”